
Parlavo questa mattina con un amico incontrato per motivi apparentemente misteriosi al bar (p.s. non vado mai al bar a fare colazione ed è una persona con cui ultimamente vorrei, ma faccio fatica ad incontrarmi!). Mi diceva che parlava di me e del mio lavoro con il figlio, giovane imprenditore e di come ad una prima occhiata meditazione e mondo del lavoro siano agli antipodi. Da una parte abbiamo una corrente mistica e spirituale collegata al valore del lasciar andare le identificazioni con i pensieri e con le immagini di sé, rimanendo osservatori consapevoli della realtà per quella che è. Dall’altra il massimo esempio dello sforzo umano nel cercare di plasmare la realtà al proprio volere seguendo meccanismi egoici e condizionati alla ricerca del riconoscimento e del successo.
In linea teorica è vero. Ma la realtà è un fenomeno tridimensionale, esperienziale e controverso. La percezione soggettiva altera gli elementi oggettivi e diventa difficile che i secondi possano esistere in una dimensione egoica che crea la propria realtà come unica ed assoluta.
La chiave però sta nell’elemento comune e centrale nella questione: l’essere umano. Il corpo nel quale l’anima s’incarna secondo le principali scuole mistiche ha dei bisogni, delle esigenze e dei processi biologici che mirano prevalentemente alla sopravvivenza. Traguardo che qualche centinaio di anni fa era strettamente e quotidianamente connesso alla mera sopravvivenza biologica nella fuga dai predatori, dai nemici e nella ricerca di cibo, riparo e possibilità di riproduzione. Oggi, nella società moderna occidentale, questa esigenza ha assunto nuovi connotati, nuove forme. Più sfumate e sottili e quindi più difficili da riconoscere e affrontare. Oggi, nel mondo occidentale in cui il business si realizza, il tema della sopravvivenza è primariamente sociale ed emotivo. Non combattiamo più per guadagnarci cibo e riparo, ma per ottenere successi, riconoscimenti, status che sono i nuovi parametri di primaria importanza per una vita adeguata (secondo le logiche della società consumistica moderna che stravolge le posizioni della piramide di Maslow). Quelli che hanno meno forza e meno capacità di emergere combattono per consolidare piccoli privilegi e comodità che li fanno sentire al sicuro, adeguati agli standard, comodamente rannicchiati nella loro zona di comfort. Questa lotta per qualcosa che la mente ritiene necessario, per il cuore, per l’anima, rappresentano il nulla, almeno in questa versione.
Per questo motivo esiste uno spreco consistente di risorse mentali, fisiche ed emotive che vengono impegnate quotidianamente per far fronte a questi bisogni indotti dalla società e dal mercato globale. In questa distrazione di massa il nostro centro come esseri viventi, come anime incarnate è perso e delegato all’esterno. Il risultato è che anche quando i traguardi vengono raggiunti, e siamo quindi efficaci, non ci sentiamo realmente appagati ed il dispendio di energia necessario per ottenerli è sproporzionato e non sostenibile sul medio e lungo periodo. Quindi a livello professionale i risultati vengono raggiunti, ma per farlo si barattano altri elementi di benessere che incidono in modo significativo sulla qualità generale della vita. Mi è capitato di parlare con manager di successo esausti, depauperati della linfa vitale, della gioia, della curiosità, del sincero interesse per l’altro e della capacità di amare davvero la vita. Persone che mi dicevano che nonostante avessero tutto quello che credevano di desiderare, si sentivano soli, tristi ed insoddisfatti.
La distanza che esisteva tra l’anelito della loro anima, tra la loro essenza e la forma in cui si manifestavano nella vita di tutti i giorni, non era più sostenibile ed apriva una breccia dolorosa nella corazza della loro personalità, dell’identità sociale e professionale costruita con tanti sacrifici e apparente entusiasmo.
Avere un approccio meditativo alla vita non significa stare tutto il giorno su una pietra ad occhi chiusi pronunciando in mantra OM. Non significa nemmeno isolarsi e vivere in un ashram in qualche luogo sperduto dell’Oriente. Significa ritagliarsi degli spazi, dei momenti dove allenare la propria consapevolezza, dove farsi domande sul significato delle azioni quotidiane che costruiscono la propria vita ordinaria avendo il coraggio di riconoscerne le dissonanze con sé. Significa trovare un nuovo bilanciamento dove quello che penso, quello che provo nel corpo e quello che sento nel profondo del cuore sono maggiormente allineati e remano nella stessa direzione. Perché il tempo dedicato al lavoro non può essere percepito come sottratto alla vita, ma deve farne parte in modo positivo e costruttivo rappresentando a pieno quello che penso quello che percepisco nel corpo e quello che sento essere vero, autentico e giusto.
Allenare la propria componente meditativa significa distaccarsi dal film dove abbiamo recitato come inconsapevoli comparse e trovare il proprio ruolo da protagonisti che interagiscono con altri protagonisti. Un cast umano che da forma al film della vita privata e professionale permettendo ad ognuno di risvegliarsi dal proprio Truman Show e costruire una realtà più umana, maggiormente sostenibile e comunque efficace.
Le persone che hanno sviluppato un approccio maggiormente consapevole al lavoro ed hanno seguito dei percorsi personali di reale crescita spirituale, non hanno necessariamente lasciato il loro lavoro, le loro aziende, ma sono riusciti a creare un nuovo bilanciamento. Più umano, più nutriente e spesso maggiormente efficace ed efficiente.
Certo quando si inizia questo tipo di percorso la percezione delle priorità cambia e l’adesione ebete alle regole sociali indotte dai mercati globali viene sostituita più o meno gradualmente da una visione maggiormente sociale, etica e sostenibile. Questo perché questa seconda formula è maggiormente allineata all’anelito naturale di ogni essere umano dotato di coscienza e capacità di scegliere per il meglio.
Holistic Human Training – Be balanced 17 Aprile 2026





